PUBLIC SPEAKING & COLLOQUIO DI LAVORO

Alcuni giorni fa ero in aula per un corso di Public Speaking. Come ho già scritto in passato, le strategie e le tecniche di Public Speaking che sono solita proporre funzionano in quanto strettamente correlate e basate su come funziona il nostro cervello. E’ vero, ogni essere umano ha dinamiche interne peculiari ma i meccanismi mentali di base sono gli stessi. Per questo preferisco iniziare i miei corsi spiegando, e facendo sperimentare in prima persona, alcune delle principali scoperte neuroscientifiche degli ultimi venti anni. 

Scoprire come funziona la nostra mente, come processa l’informazione, sia interna che esterna, ci permette di capire meglio “perchè” alcune tecniche funzionano meglio di altre. Inoltre credo che in questo modo i partecipanti siano facilitati nel fare proprie le tecniche presentate. Acquisire delle tecniche di Public Speaking, infatti, è un po’ come comprare dei vestiti nuovi che una volta acquistati riponiamo nell’armadio, prendiamo quando vogliamo o quando la situazione lo richiede, indossiamo ed abbiniamo a nostro piacimento, nel modo che ognuno di noi sente come “più suo”, in altre parole personalizzandoli. Viceversa il rischio è quello di indossare qualcosa che non ci appartiene vale a dire di usare una tecnica in modo “impostato” finendo per avere l’effetto contrario. 

Ma veniamo alla riflessione condivisa con i partecipanti durante il corso di cui accennavo poco fa.

Faccio una piccola premessa. Il contesto organizzativo di riferimento sta vivendo un profondo riassestamento (come molti altri in cui ultimamente mi capita di lavorare….) pertanto quando iniziamo a parlare di comunicazione non verbale nasce spontanea la curiosità su come “comportarsi” durante un colloquio di lavoro. 

Eccovi, quindi, un breve elenco condiviso con i partecipanti su alcuni dei principi e delle tecniche di Public Speaking che, a mio parere, ben si prestano ad essere applicati anche ad un colloquio di selezione.

Evidenzia elementi in comune. Partendo dal caro amato R.Cialdini così come è importante riuscire ad evidenziare elementi in comune con l’audience durante uno speech, lo stesso vale anche durante un colloquio di lavoro. “Ma se non conosco il mio intervistatore?”. Bhe, spesso non conosciamo nemmeno il pubblico di un nostro speech. E’ assai raro, ad esempio, che io conosca i partecipanti dei miei corsi prima della sessione formativa. Ciononostante se siamo degli osservatori attenti possiamo comunque impegnarci per trovare qualche elemento in comune da evidenziare: un interesse, un bisogno, un timore, un hobby. 

A questo proposito faccio un esempio semplice che per questo spero efficace. A volte in aula mi capita di trovare qualcuno vestito di tutto punto che indossa scarpe della Asics o della Mizuno. Cito intenzionalmente le marche perché se fossero della Nike non sarebbe lo stesso, diciamo che l’“indizio” non sarebbe altrettanto rilevante (ed alcuni lettori ne avranno già intuito la ragione…). In questo caso sarà facile fare cenno, o se la situazione lo consente, chiedere esplicitamente se lui/lei è un runner o cosa gli piace della corsa. 

Posso farlo anche con chi mi intervista per un lavoro? Non posso dire di si a prescindere. Dipende dal contesto. Dipende da chi avete di fronte, da come vi saluta, da come vi parla. Ma in alcuni casi potreste farlo. O viceversa potreste far riferimento ad altri elementi che notate nella stanza del colloquio. Insomma: aguzzate la vista!

Racconta un episodio personale.Lo Storytelling applicato al Public Speaking ci ricorda che raccontare storie personali durante uno speech facilita l’immedesimazione dell’altro. E ciò non perché l’altro debba aver vissuto necessariamente la stessa identica “storia”. Non ci identifichiamo in Anna Karenina solo se abbiamo vissuto esperienze simili alle sue! Ma quando la storia funziona e ci cattura, sia di un libro che di un film, è perché da qualche parte ci identifichiamo con i bisogni, i timori, i desideri che quel  personaggio manifesta e rappresenta. 

“Ecco perché spesso mi chiedono di raccontare degli episodi dopo avermi domandato i miei punti di forza!”. Si e no. In questo caso spesso la ragione è per capire se effettivamente quanto affermato dal candidato è supportato da fatti concreti. Chi non si definirebbe collaborativo, motivato, proattivo ad un colloquio? Ma quanti effettivamente lo sono?

Quando scrivo di raccontare episodi personali anche durante un colloquio, così come durante uno speech, lo dico a prescindere dal motivo appena accennato. Perché quando lo fate, indipendentemente dal contesto specifico di riferimento, state comunque parlando al cervello emotivo del vostro interlocutore,quindi, in qualche modo state facilitando anche il processo di attenzione e memorizzazione.Perché si sa, amigdala ed ippocampo  – principale responsabile dei meccanismi di memorizzazione e rievocazione – lavorano a braccetto!

Fai domande.“Ma se sono io ad essere intervistato!”. E’ vero ma fare domande, quando ben fatte, è indice di ascolto e di interesse. Se presento un prodotto o un servizio ad un potenziale cliente, e lui/lei non mi pone alcuna domanda, sono certa di non aver solleticato alcun interesse. Pertanto fare domande è sicuramente una chiave per sollecitare l’interazione e costruire la relazione.

Racconta alti e bassi.Sempre con riferimento allo Storytelling applicato al Public Speaking, evitiamo di conferire a chi ci intervista un quadro di “perfezione”. Non sono, né posso, né devo essere il candidato ideale. Lo stesso vale per uno speaker.

La perfezione non cattura l’attenzione, non facilita l’immedesimazione. Viceversa anche se spiacevoli, le difficoltà ci catturano, ci coinvolgono e creano tensione drammaturgica. E’ in questo modo che dinamizziamo un racconto, che sia esso un report aziendale che la presentazione di sé durante un colloquio. Se stiamo parlando di un nostro punto di forza, ad esempio, proviamo anche a raccontare quanto abbiamo faticato per svilupparlo, oppure mettiamolo in relazione con una nostra debolezza che in qualche modo lo bilancia e ci “umanizza”.

Sorridi.“E se mi sono alzato con il piede sbagliato?”. Allora evita di farlo.L’importante è che sei consapevole del fatto che se non hai una postura ed una mimica facciale rilassata e sorridente questo influirà su come ciò che dirai – contenuto verbale – verrà percepito dal tuo interlocutore. Sono sempre a favore dell’autenticità: nello Storyteling, nel Public Speaking, nella Vendita, in un Colloquio. L’autenticità rappresenta una sorta di macrocategoria al di sopra di ogni cosa. Laddove un sorriso possa invece risultare autentico, allora “usalo” perché di sicuro funzionerà!   

Evita la posizione frontale. Sempre con riferimento al nostro “scanner mentale” chiamato amigdala, ricordiamoci che quando gli animali, come gli esseri umani, sono in una situazione di conflitto – e potenziale lotta – la prima cosa che cambia è la postura e quindi il contatto oculare. Solitamente ciò che accade è l’assunzione di un assetto fisico e oculare frontale. Pensate a quando siamo arrabbiati e diciamo a qualcuno: “Guardami negli occhi quando ti parlo!”. Cerchiamo allora di evitare di sederci o di parlare al nostro intervistatore frontalmente. 

“Ma se le due sedie sono poste l’una di fronte all’altra?”. Bhe, nulla vieta di inclinare di quarantacinque gradi la vostra sedia e di assumere così un assetto inclinato.Avete mai notato come ci sediamo spontaneamente l’uno accanto all’altro quando vogliamo lavorare insieme con qualcuno su un progetto o qualsiasi altra cosa? Ecco, applichiamo con cognizione di causa quanto, a volte, facciamo già inconsciamente.

La lista ovviamente potrebbe essere ancora più lunga. Ma preferisco fermarmi in virtù della regola della sintesi. 

Mi auguro che questi spunti siano chiari ed utili. E come sempre mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

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