QUANDO E’ POSSIBILE RESILIERE?

Si può essere sempre resilienti nel dolore fisico?

Il mio articolo sulla resilienza di qualche settimana fa è stato lo spunto per una splendida chiacchierata con un caro amico, Luca Giuman. Dopo aver letto il post, infatti, ha sollevato una serie di interrogativi estremamente stimolanti. L’oggetto della discussione non è stato tanto il tema dell’articolo in sé e per sé – vale a dire la differenza tra resilienza e resistenza – bensì quando e/o come sia possibile passare dalla resistenza alla resilienza.

Mi spiego meglio.

Tutto nasce da un comune sentimento di impotenza: di chi affronta una sofferenza fisica su cui oggettivamente poco può fare per attenuarla, e di chi ancor meno può fare per contribuire a migliorare la condizione fisica dell’altro. In entrambi i casi l’impotenza è accompagnata da rabbia, tristezza e da pensieri del tipo – per citare le parole di Luca – “Ciò che è non riesco ad accettarlo. E ciò che è non riesco a cambiarlo…L’ossimoro tra accettazione e cambiamento si trasforma in rabbia non tenuta a freno dal dolore”.

Ecco quindi la domanda su cui abbiamo iniziato a confrontarci: “Quando provi un dolore fisico cronico e scegli di intervenire chirurgicamente per risolvere il problema ma a distanza di tempo quello stesso dolore e/o altri compaiono accompagnati anche da un incertezza clinica che possano permanere, ecco, in questo scenario si può essere resilienti?”. 

La mia risposta di “testa” è stata: “Si, sempre”. L’esperienza diretta non era pienamente d’accordo…Ci siamo, quindi, chiesti se un dolore fisico (ognuno con la sua esperienza) possa rappresentare un ostacolo “oggettivo” all’essere resilienti, almeno in alcune situazioni come ad esempio quella sopra citata.

Quando è presente in ogni momento della giornata, infatti, è facile che il dolore monopolizzi tutti gli spazi di pensiero possibile. 

Credo che chiunque, anche solo per una settimana, abbia provato una esperienza simile per una gamba rotta o un forte mal di denti. 

Possiamo, quindi, placare un po’ il dolore concentrandoci sul qui ed ora, respirando profondamente. E’ anche vero che così facendo, stando nel qui ed ora ed essendo quest’ultimo fatto di sofferenza fisica, le sensazioni fisiche spiacevoli finiscono per occupare il palco principale.  

D’altra parte nell’accettazione del dolore vi è certamente meno sofferenza di quanta ce ne possa essere nella “resistenza” ad esso. 

In quel momento allora, forse il primo passo è accettare quella condizione, così come è, senza ostacolarla: accogliere il proprio malessere, fisico e mentale, il proprio senso di impotenza, lo sconforto, la paura di non aver risolto definitivamente il problema, di non aver fatto la scelta giusta per raggiungere la propria “situazione ideale”. 

In quel momento, come suggeriva il mio amico, la “soluzione potrebbe essere chiedersi cosa sono disposto ad accogliere per poter, in seguito, passare dalla resistenza alla resilienza”. Perché in quel momento non puoi pretendere da te stesso/a di essere resiliente. 

Anche quando perdiamo qualcuno, non possiamo pretendere di elaborare il lutto in pochi giorni o in pochi mesi. Queste situazioni di sofferenza, fisica e non, prevedono fasi emotive e psicologiche l’una “propedeutica” all’altra. Per rimanere in tema, nei primi tempi dell’elaborazione di un lutto è “normale” – e ci stupiremmo del contrario – provare un senso di confusione, negazione, rifiuto, e poi di rabbia e così via.

Tornando quindi all’interrogativo iniziale, siamo giunti alla conclusione che in quella situazione, al dolore fisico si resiste, poi lo si accetta, lo si accoglie, ma resta lì, quindi si resiste ancora un po’. La resilienza viene dopo, a partire da questi momenti, ma dopo. E’ quando il dolore fisico si attenua un poco che compare all’orizzonte la possibilità di resiliere. Ed è quella possibilità che poi ci permetterà di affrontare, a poco a poco, diversamente, i momenti di dolore successivi.

E’ come una danza: dolore-resistenza-resilienza-dolore-resistenza-resilienza…

In un certo senso, citando di nuovo il mio amico, si tratta di cambiare le domande “Quale è la mia situazione ideale?”, “Cosa posso fare di diverso per raggiungerla?”, in “Quale è la situazione possibile che desidero?”. Perché se continuiamo ad interrogarci sulla situazione ideale quando stiamo provando una profonda sofferenza fisica, allora la risposta non può che essere “l’assenza di dolore”. Ma in quel momento, a volte, ciò non è oggettivamente possibile. Per questo la “soluzione” non può essere altro che riconoscere, accettare il nostro bisogno di resistere e con esso la nostra sofferenza fisica. Riconoscere i nostri limiti di essere umani sapendo, allo stesso tempo, che prima o poi, all’orizzonte, potremo e ci impegneremo a resiliere. 

Forse alcuni di voi avranno esperienze che potrebbero dire il contrario o qualcosa di diverso. Chissà…mi piacerebbe saperlo.

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