IL COACHING “INCARNATO”

Secondo l’approccio dell’Embodied Cognition – o cognizione incarnata – l’essere umano non rappresenta un sistema chiuso, piuttosto un ecosistema che costruisce significati mentre agisce nel mondo. Questa prospettiva supera il dualismo cartesiano sottolineando come le esperienze sensoriali e motorie modellino la cognizione umana e viceversa. Il rapporto mente-corpo, quindi, è bidirezionale: la mente influenza il corpo, così come il corpo modella la mente. E’ così che assumere una postura espansiva, ad esempio, tende a ridurre l’avversione al rischio mentre una più chiusa evoca emozioni negative come la tristezza (a tal proposito ricordiamo anche gli studi condotti da E.Cuddy proprio sugli effetti delle cosiddette “high power” e “low power pose”). Non solo. Le stesse rappresentazioni mentali non sono così “astratte” ma “incarnate”: concetti come “alto” o “pesante” attivano simulazioni sensomotorie nel cervello, e come sappiamo anche le metafore. In pratica sono strettamente interconnesse con le interazioni corporee – percezioni, azioni, posture – che abbiamo con l’ambiente circostante.

Nata negli anni ’90, l’Embodied Cognition affonda le radici nella Fenomenologia e nelle Neuroscienze. Già a metà del secolo scorso, infatti, il filosofo Maurice Merleau-Ponty sosteneva che non “abbiamo” un corpo ma siamo un corpo che conosce il mondo dall’interno. La percezione non è un processo puramente mentale: è sempre situata, incarnata, vissuta.

Oggi, sul piano neuroscientifico, Antonio Damasio rafforza questa visione introducendo la teoria dei Marcatori Somatici: le decisioni sono orientate da segnali corporei legati all’esperienza filogenetica e ontogenetica. In altre parole, come dice lui stesso, non solo le emozioni facilitano il pensiero, ma anche il corpo svolge un ruolo attivo in questa dinamica.

Perché parlare di Embodied Cognition e Coaching?

Innanzitutto perché la convergenza tra fenomenologia e neuroscienze è proprio uno dei pilastri teorici su cui si fonda il modello delle 4E  applicato al coaching:

Embodied, la cognizione non è un processo passivo ma è modellata dall’interazione dinamica con il mondo;

Embedded, è situata in contesti ambientali e relazionali;

Enacted, emerge dall’azione attiva nel mondo;

Extended, si distribuisce oltre il cervello su strumenti, interazioni sociali e ambiente.

Viene poi da pensare che questo approccio faccia un po’ da sfondo alle competenze ICF. Pensiamo, ad esempio, all’ascolto, alla presenza. Un coach “embodied” è certamente un coach “sensibile” non solo alle parole ma anche ai segnali corporei del coachee e tende a includere queste informazioni, all’interno della sessione, senza interpretarli ma restituendoli come inviti all’esplorazione del sé. L’obiettivo, infatti, è favorire l’integrazione mente-corpo-emozioni aumentando la qualità della consapevolezza di sé da parte del coachee.

Molti clienti raccontano storie ben strutturate ma poco sentite. Far riferimento all’embodied cognition significa promuovere la consapevolezza somatica e portare l’attenzione alle sensazioni fisiche associate a un dato tema.

Come?

Ad esempio, offrendo dei feedback rispetto alle espressioni del volto, piuttosto che sullo sguardo o altri segnali non verbali maniefstati dal coachee; oppure chiedendo: “Mentre parli di X (tema/situazione/relazione/decisione), cosa noti/senti nel corpo? Dove?” oppure “In quale punto senti più energia o più tensione?”.

Anche usare “domande incarnate”, in aggiunta a quelle potenti, possono essere molto di aiuto per favorire l’integrazione del sé:

  • “Se questa scelta/emozione/pensiero avesse una postura, quale sarebbe?”;
  • “Ora che hai detto questa cosa, cosa senti nel corpo?”;
  • “Se dessi una forma o un colore a questa sensazione, quale sarebbe?”;
  • “Cosa ti suggerisce il corpo rispetto a questa decisione/situazione/relazione?”;
  • “Cosa cambia nella tua decisione se ascolti prima il corpo e poi la mente?”;

Concludo con una brevissima riflessione su cosa, a mio parere, non è né può essere l’embodied cognition nel coaching. L’embodied cognition nel coaching non è terapia. Gli esercizi sono brevi, orientati al presente e all’azione futura. Non si lavora sul trauma né su rielaborazioni profonde del passato. Il principio guida è sempre lo stesso: il significato emerge dal cliente, non è il coach a fornirlo. L’embodied cognition non aggiunge “tecniche” ma integra ancora di più il corpo all’interno del processo per rendere il coaching ancora più aderente a come le persone pensano, sentono, decidono e agiscono.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale eccelle nell’analisi cognitiva, il valore distintivo del coaching umano sta proprio qui: nella capacità di lavorare con l’intelligenza incarnata.

E questa, almeno per ora, resta profondamente umana.

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