DALLA PAURA ALLA FORZA DEL “PERCHE’

Dopo aver scritto l’articolo su “Il potere della paura”, mi sono tornati spesso in mente, senza comprenderne inizialmente le ragioni, alcuni passaggi dell’ultimo libro di S. Sinek, “Trova il tuo perché”, autore già menzionato in un mio precedente articolo sulla comunicazione.

In un certo senso pensieri ed emozioni sembravano quasi oscillare tra il “potere della paura” ed “il potere del perché”: un duello fortunatamente risolto in favore del secondo (sia pur non in modo definitivo, d’altra parte è sempre una questione di equilibrio…).

All’inizio non capivo questa altalena continua, poi quando quasi senza rendermene conto ho sentito di essere davvero riuscita a mettere a fuoco il “perché” della mia scelta definitiva di alcune settimane fa, il nesso mi è apparso chiaro.

Chi mi conosce da tempo, personalmente o professionalmente, sa bene che non ho mai creduto nel cosiddetto “pensiero positivo”, della serie “non ti preoccupare, andrà tutto bene” di fronte ad un momento difficile. Con questo non voglio negare che per alcuni possa funzionare. Semplicemente sono sempre stata convinta che la resilienza ed il “pensiero positivo” appartengano a due mondi distinti e su questa distinzione ho sempre impostato i miei corsi sulla resilienza. Dal mio punto di vista (e quello di molti assai più autorevoli di me in materia come M. Seligman o P. Trabucchi), il “pensare positivo” presuppone l’esclusione di possibili esiti sfavorevoli o comunque spiacevoli – e badate bene ho evitato intenzionalmente di connotarli con la parola “negativi” perché a mio parere essa priva l’evento della possibilità di essere considerato come una opportunità di crescita personale. Viceversa il resiliente è tale in quanto ne prende atto anzi, ne è talmente consapevole da avere la capacità di guardare ad essi, indipendentemente dal fatto che siano reali o anticipati, come ad esperienze di apprendimento e cambiamento personale.

Il resiliente, pur dotato di un profondo senso di attribuzione causale interna, sa che il risultato di una scelta, di una sua azione, non potrà mai essere solo ed esclusivamente sotto il suo controllo. Nel mio caso – come in quello di molte altre persone – è sotto il controllo di qualcun altro nonché delle inevitabili casualità della vita. Perché puoi anche avere una statistica positiva a tuo favore, ma ciò non significa che hai un “fatto” bensì solo un’ “opinione”, come direbbe Rafael Echeverria

Da coach questa riflessione sul potere del “mio perché” mi generava comunque un certo disagio…forse perché – scusate il gioco di parole – nella scuola di coaching (EEC) che ho frequentato era una parola in un certo senso “bandita” in quanto spesso associata all’esplorazione del passato, quindi, al di fuori dell’esplorazione tipica di una sessione di coaching centrata sul presente e sulla dinamica presente-futuro. E’ anche vero che, come spesso accade, a volte pur utilizzando parole diverse il senso di esse non cambia. Mi spiego meglio. Dal mio punto di vista, chiedere al coachee dei costi e benefici di un cambiamento o viceversa del mantenimento di uno status quo, in fin dei conti non significa altro che esplorarne il “perché”…Ma qui si aprirebbe un’altra riflessione che magari riprenderò in un altro post.

Tornando, quindi, alla scoperta del “mio perché” rispetto alla scelta compiuta, devo dire che mi faceva star bene, e non perché mi rassicurasse sul risultato ma “solo” perché dava forza alla motivazione della mia scelta. Allo stesso tempo questa motivazione, essendo strettamente legata ad un futuro anticipato, mi sembrava stesse in qualche modo spostando la mia attenzione dal presente al futuro, quindi lontano dal presente. Essendo invece molto motivata ad essere presente in questa scelta importante per la mia salute, ho cercato di comprendere meglio questo disagio andando a rileggere alcune parole di Neva Papachristou sulla Vipassana.

Non senza stupore, ho ritrovato – spero di non essere la sola – un senso a come sia proprio un “perché” a permetterci anche di stare nel presente. Quando pratichiamo la meditazione consapevole, infatti, il nostro impegno, la fatica che compiamo nel cercare di stare solo nel qui ed ora, con ciò che sentiamo, ciò che pensiamo, con gentilezza amorevole, trova energia proprio dalla nostra convinzione profonda che farlo abbia un senso, che “serva a qualcosa”, in altre parole ha un “perché”. Se scegliamo di stare venti, trenta, quaranta minuti concentrati solo sul respiro, infatti, è perché da qualche parte pensiamo e sentiamo che ciò rappresenta la via per la pacificazione mentale, per un modo diverso di entrare in relazione “con ciò che è, così come è, nel qui ed ora”.

Insomma, come forse alcuni avranno già intuito, alla fine il “perché” ci rivela la sua forza sia che parliamo di comunicazione, che di coaching, di pratica di consapevolezza o di scelte compiute.

Perché quando scegliamo di cambiare lavoro, di chiudere una relazione, di sottoporci ad un intervento, non potremo mai sapere in anticipo come andrà. Ci sono sempre troppe variabili in gioco. Ma il perché lo facciamo, invece, è una sorta di “dato di fatto”: il nostro. Certo può cambiare…a volte affievolirsi. Ma dipende solo da noi, da quanto quel perché è profondo, sentito.

E sarà proprio questo a permettergli di restarci vicino fino a quando potremo vedere il risultato della nostra scelta. Ecco perché è importante che quel “perché” sia davvero autentico e non frutto di paure, di un “movimento verso” e non “lontano da”, come direbbero i piennelisti puri…

E’ solo questo tipo di perché che ci permette, a volte ma non sempre, di non pre-occuparci ma di occuparci. E’ forse proprio questo tipo di perché che consente alla spia sovietica del film “il ponte delle spie” di rivolgersi a Tom Hanks che gli chiede, “ma lei non si preoccupa?”, rispondendo semplicemente: “Servirebbe?”.

No, non servirebbe perché non possiamo controllare tutti gli eventi. E’ pur vero che pre-occuparci è nella natura umana ma il punto è, come dice E. Bayda “ci vuole coraggio…ed il coraggio è la disponibilità a sperimentare la paura (…) e non per calpestarla”. E per essere disposti a farlo, aggiungo io, possiamo, e dobbiamo trovare un “senso” che a mio parere è strettamente legato alla scoperta del “perché” facciamo quello che abbiamo scelto di fare.

Senza mai dimenticare che paure, incertezze e preoccupazioni non possono essere “calpestate”, piuttosto dobbiamo impegnarci per farle dialogare con il nostro coraggio, la nostra determinazione, quindi con il nostro “perché” più profondo ed autentico da cui queste si alimentano.

 

2 risposte a "DALLA PAURA ALLA FORZA DEL “PERCHE’"

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  1. Non credo neanch’io nel pensiero positivo assoluto, ma nell’accettazione degli eventi… che non sia mai passiva però: fare il possibile, seguire la via che reputiamo più giusta ed accettarne le conseguenze come una catena naturale di eventi anche – eventualmente – modificabile

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