“Come funziona il coaching?”, “In cosa consiste il ruolo del Coach?”, queste sono alcune delle domande che spesso mi vengono poste.
Alcune settimane fa ho avuto il piacere di essere intervistata da Fabio Panzavolta su questo tema. Fabio è un professionista che aiuta le persone e i team a risolvere problemi complessi oltre ad essere Professional Scrum Trainer di Scrum.org e fondatore di Collective Genius Italia.
Di seguito trovi le risposte a queste due domande estratte dall’intervista che puoi ascoltare per intero su Spotify sul profilo di Scrum Italia
Fabio: “Raccontaci un po’ come funziona il coaching? Fai finta che non ne sappiamo niente e parlaci del tuo approccio”.
Giorgia: “Mi fa molto piacere rispondere a questa domanda perché, lo possiamo dire, oggi assistiamo un po’ a un boom del coaching e capire bene come funziona credo sia importante e utile soprattutto per chi decide di intraprendere un percorso di coaching per la prima volta. Sono convinta che avere già qualche informazione in più serva a scegliere meglio il coach e soprattutto a capire se il coaching è l’approccio utile in quel momento oppure no. E’ un pò come quando hai mal di schiena e devi scegliere da chi andare e tu non sai nemmeno se hai bisogno di un fisiatra, di un ortopedico, di un chirurgo ortopedico cioè non hai gli strumenti per capire chi è lo specialista più adatto a te. Tra l’altro, come nel coaching, la capacità del professionista di indirizzarti, se necessario, da un altro specialista, fa parte della sua professionalità o almeno così dovrebbe essere…
Detto questo mi piace partire precisando che nel coaching il coach è la carrozza e non chi guida e già questo separa due mondi…nel senso che il coach è uno strumento al servizio del coachee. In questo senso, quando indosso il cappello del coach è fondamentale per me avere ben chiara la differenza tra fare training – dove io do consigli, suggerimenti, offro delle tecniche – e fare coaching. In qualità diciamo di “carrozza”, infatti, non consiglio ma aiuto il coachee nel raggiungere il suo obiettivo che non so sin dall’inizio quale sia, dove vuole andare, quale è la destinazione finale. In questo senso il processo stesso di scoperta e di messa a fuoco dell’obiettivo è già parte del percorso di coaching, è già parte di un lavoro e quindi di un avvicinamento all’obiettivo. Spesso, infatti, quando non raggiungiamo un obiettivo è perché siamo convinti di averlo ben chiaro, in realtà la maggior parte delle volte non è chiaro affatto! E abbiamo chiaro più che altro cosa non vogliamo, confondendolo per di più con cosa vogliamo. Come coach quindi aiuto il coachee ad ampliare e cambiare il suo punto di vista così che riesca a raggiungere il suo obiettivo.
Ti faccio un esempio che uso anche durante la prima sessione per aiutare, chi ho di fronte, a capire questo concetto, altrimenti sembra solo teoria! Come coach parto dal presupposto che se una persona non raggiunge un obiettivo è perché c’è qualcosa nel suo punto di vista che gli impedisce di vedere nuovi modi di pensare, nuovi modi di agire, di sentire rispetto a quella determinata situazione ed è un pò come se fossi chiusa in una stanza e avessi una finestra davanti a me e una porta alle mie spalle e volessi cercare di uscire. Se qualcuno mi dicesse “prova ad uscire”, io direi “beh davanti ho solo una finestra ed abito al settimo piano!”. Se non ho quindi la capacità di girarmi intorno e di esplorare la stanza a 360 °, se cioè non riesco nemmeno ad accorgermi che effettivamente c’è una porta alle mie spalle, non uscirò mai perché non contemplo nemmeno la possibilità di farlo. Quindi il mio supporto con il coachee è fondamentalmente rispetto al cambio di prospettiva perché è solo una prospettiva nuova che permette di vedere nuove azioni e quindi poi risultati diversi.
Immagina chi dice “Non vincerò mai la lotteria” – qui c’è poi tutto il tema sul potere limitante delle convinzioni ma non vorrei fartela troppo lunga su come funziona il nostro cervello – se una persona è convinta che non vincerà mai, plausibilmente non comprerà mai nemmeno un biglietto, il che non significa che comprandolo vinciamo la lotteria ma se ne compriamo uno abbiamo sicuramente delle probabilità!
Considera che il mio approccio è detto “ontologico trasformazionale” e si basa proprio sulla filosofia del linguaggio e J.Austin, che ne è stato uno dei massimi esponenti, diceva “il linguaggio non è passivo. Il linguaggio è attivo e generativo” perché attraverso le parole noi non solo descriviamo una realtà ma attraverso questa descrizione (prospettiva) in un certo senso è come se immaginassimo già come risponderemo in termini emotivi, cognitivi, comportamentali. Quindi è lavorando su quella rappresentazione, su quella descrizione, che creiamo nuove conversazioni con noi stessi e con gli altri. Lo spazio di pensiero, lo spazio del sentire e dell’agire chiaramente così si amplia.
Fabio: “Grazie Giorgia, molto interessante. Stavo pensando, non so se la conosci, alla teoria del campo di grano che fa riferimento a quello che dicevi tu. Sai…il grano è alto, quindi, non puoi vedere a destra o a sinistra, vedi solo davanti. Praticamente è come se nel tuo cervello avessi questo campo di grano dove sei abituata a camminare e non sai che puoi andare da una parte o da un’altra, vedi solo questa strada qui. Non so dove l’ho letto, per dei riferimenti magari qualcuno che ascolta ce lo dice. Comunque diciamo che in un certo senso tu permetti alle persone di prendere coscienza che delle alternative sono possibili”.
Giorgia: “Si, esatto. Sottolineo, Fabio, che io non do delle alternative, nel mio ruolo di coach cerco di mettere il coachee nelle condizioni di scoprirle e di capire quali sono le sue risorse e quali le opportunità inesplorate. Ci possono essere, ad esempio, dei contesti di coaching in cui la persona magari non ha oggettivamente determinate risorse ma riflette comunque su cosa è sotto il suo potere fare per attivarle, usandone quindi delle altre. Il mio impegno con il coachee è rispetto appunto all’ampliamento di prospettiva e alla conseguente definizione di un nuovo piano di azione su cui resta, alla fine, sempre la sua libera scelta”.
Sono riuscita farti capire meglio il ruolo del coach e il coaching.? Nel prossimo estratto dell’intervista vedremo la differenza tra mentoring, coaching e counseling. Se hai altre domande e curiosità, scrivimi nei commenti!
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