IL POTERE DELLE ABITUDINI

Pochi giorni fa ho finito di leggere “Il potere delle abitudini”, di C. Duhigg: un libro a mio parere ben fatto, e per diverse ragioni. Primo, perché affronta il tema delle abitudini e del cambiamento sia a livello individuale che di gruppo. Secondo, perché non trascura i più recenti contributi nel campo delle neuroscienze. Terzo, perché spazia da business case, come quello di Starbucks, Target, Alcoa, ad esempi di natura prettamente sociale come il boicottaggio degli autobus del 1956, a Montgomery (in cui troviamo coinvolto un giovane Martin Luther King), o l’incendio catastrofico avvenuto nel 1987 presso la stazione di King’s Cross, a Londra. E “last but not least”, è un libro ricco di puntuali, precisi riferimenti bibliografici. Cosa non da poco.

Ma veniamo al motivo per cui mi ritrovo qui a condividere qualche breve riflessione in proposito. Premetto che in queste poche righe non troverete né tecniche, né strategie, tantomeno suggerimenti o strumenti utili per cambiare le vostre abitudini. Piuttosto una riflessione, peraltro a me stessa poco chiara, che da “appassionata” di cambiamento (che si tratti di formazione comportamentale o di coaching, di vita personale o professionale, la mia credenza di base è che vi sia sempre una possibilità di cambiamento) mi riporta ad alcuni interrogativi di natura prettamente teorica.

Sappiamo che non esiste apprendimento senza cambiamento, e viceversa. Ma come avviene questo cambiamento? E soprattutto è davvero “stabile”?

A livello neurologico ormai è abbastanza chiaro. Quando cambiamo un nostro modo di pensare, di agire o di rispondere emotivamente ad un modello situazionale, stiamo creando nuove connessioni neuronali. E mentre alcune si allentano, altre si rafforzano. Perché la neuroplasticità ci accompagna dalla nascita alla morte: ormai è indubbio. Si tratta allora di intraprendere e perseguire nuovi percorsi cognitivo-emotivi, di scavare nuove vie per un corso d’acqua che ormai a fatica arginiamo o che è diventato, per noi, troppo “ingombrante” a livello emotivo, personale o professionale. All’inizio il fiume continua a viaggiare sul suo letto principale. Poi col tempo e la “voglia di cambiare”, una piccola parte di quell’acqua inizia a fluire anche lungo il sentiero che abbiamo scavato. Alla fine questo sentiero diventa un’autostrada nuova e pian piano quella vecchia viene dismessa.

Ma l’interrogativo che mi porto dietro alla fine di questo libro (e su cui non trovo risposta) è: cosa succede all’autostrada vecchia? C’è qualcuno che arriva e la smantella, magari gettandoci dei semini affinché ricresca un bel manto d’erba, oppure ci mettiamo solo un divieto di accesso mentre quella strada rimane sempre potenzialmente percorribile?

Nel primo caso, cosa è in nostro potere fare per smontare quel vecchio manto stradale? Nel secondo caso, cosa è in nostro potere fare per assicurarci che quel divieto di accesso rimanga tale?

Rileggendo alcuni passi del libro, Duhigg sostiene che con l’impegno possiamo riconfigurare qualsiasi nostra attitudine sostituendola con un’altra: “Possiamo indirizzarci verso una routine più sana progettando un segnale e scegliendo un comportamento che conduca alla gratificazione di cui abbiamo bisogno (…). Sperimentando gratificazioni diverse potete isolare ciò di cui avete veramente bisogno ed è essenziale per riconfigurare un abitudine”.

Da una parte, quindi, ci conferma che cambiare è sempre possibile ed alla portata di tutti, dall’altra così proposto il cambiamento sembra “ridursi” nel cambiare appunto un’abitudine con un’altra, un vecchio comportamento automatico con un nuovo automatismo, semplicemente più sano. Se è vero che, anche tenendo conto di come funziona il nostro cervello, questa sia l’unica spiegazione possibile, è anche vero che questa conclusione lascia, almeno a me, una sensazione strana, non ben definita, di cui cerco ora di definire l’origine.

Se nella vita, nel tentativo di crescere, di migliorarci, di apprendere, quindi di cambiare, di fatto passiamo da un meccanismo automatico ad un altro, a me sembra che l’essenza della libertà di scelta non risieda più tanto in un senso di libertà classicamente inteso, quanto piuttosto nella libertà appunto di scegliere “solamente” un’altra abitudine, più sana. E che la libertà di scelta possa coincidere, quindi, fondamentalmente con la sola scelta di automatismi più sani è un pensiero che mi apre una prospettiva nuova, diversa, da quella che – scusate il gioco di parole – mi appartiene per “abitudine”.

So bene di non essere riuscita a descrivere l’interrogativo con cui mi ha lasciato questo libro. Ma la ragione, come accennato all’inizio, è che non l’ho ben chiaro nemmeno io. Forse proprio scrivendo queste poche righe ho cercato di farlo. Ma è indubbio che non vi sia riuscita e che rimanga in sospeso. Non mancherà, quindi, occasione per tornare sul tema.

Ci tengo però a chiudere con una citazione di Duhigg proprio sul “potere” delle abitudini: quelle che amiamo, quelle che accettiamo e/o quelle che odiamo di noi stessi.

“Il modo in cui abitualmente pensiamo al nostro ambiente ed a noi stessi crea i mondi che ciascuno di noi abita: ‘Ci sono due giovani pesci che nuotano, ed a un certo punto incontrano un pesce più anziano che nuota nella direzione opposta. Fa loro un cenno di saluto e dice «Salve ragazzi, com’è l’acqua?», raccontava lo scrittore David Foster Wallace ad una platea di studenti universitari nel 2005. I due giovani pesci nuotano per un po’ e alla fine uno guarda l’altro e gli chiede «Che diavolo è l’acqua?»’. L’acqua sono le abitudini, le scelte in consapevoli ed invisibili che ci circondano ogni giorno. Solo quando le osserviamo diventano visibili (…) e quando capiamo come funziona un’abitudine allora abbiamo gli strumenti per dominarla”.

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