“LA MORTE SOSPESA”: UN FILM SUL CORAGGIO DI SCEGLIERE

Qualche settimana fa ho rivisto questo film. Lo so, il titolo non è bello. La parola “morte” non lo è mai…in realtà però il film racconta una storia di sopravvivenza ed offre ottimi spunti per riflettere anche sulla capacità di resilienza (alcuni forse obietteranno che in condizioni estreme, tutti diventiamo resilienti: io non sono d’accordo). Ma non è questo il tema che vorrei affrontare bensì quello del coraggio necessario per compiere qualsiasi scelta: la scelta di non rimanere fermi, di evitare di restare incastrati, fisicamente come nel film o metaforicamente come nelle nostre vite, in qualcosa. Una situazione che, in un modo o nell’altro, tutti conosciamo bene.

Il film narra la storia di Simon Yates e Joe Simpson che, nel 1984, si lanciarono alla conquista del monte Siula Grande, nelle Ande peruviane: 6.344 metri di altezza. E’ sull’impresa della discesa che Simpson ha scritto un libro da cui poi è stato tratto il documentario dove, come insegnano i grandi alpinisti, la parte più complicata spesso è il rientro alla base: quando pensi di avercela fatta, quando la tensione, l’attenzione, la percezione del rischio diminuiscono.

E proprio sulla via delle ritorno ad un certo punto Joe scivola su una roccia ghiacciata, cade e si frattura una gamba. Il compagno Simon, non lo abbandona ma lega insieme due corde di 45 metri e fissa se stesso e Joe alle due estremità opposte con l’intenzione di scendere la montagna calandolo di alcuni metri ogni volta. Ma di nuovo, dopo un po’, Joe cade in un crepaccio e rimane sospeso: dondola appeso nel nulla. Simon non lo sa, non capisce, non vede. E tiene la corda, ed il compagno sospeso, per circa un’ora e mezza, al freddo ed al gelo…poi sceglie, decide e taglia la corda. Ognuno esprimerà la sua valutazione di questo gesto che qui però non è il principale oggetto di discussione; tra l’altro molti alpinisti accusarono Simon non tanto di aver tagliato la corda quanto di non essere tornato a cercare il compagno il giorno dopo. Resta il fatto che in quella situazione drammatica ha fatto una scelta e si è assunto una respons-abilità, e spesso, è proprio la paura di assumerci delle responsabilità ad impedirci di scegliere, di cambiare, di rifiutare un lavoro, di chiudere un rapporto, di dire di no o anche di si.

Joe nel frattempo cade definitivamente nel crepaccio da cui tenta di uscire arrampicandosi, ma dopo vari inutili tentativi (ha una gamba rotta ed è completamente disidratato!) “sceglie” di vedere cosa c’è oltre il ghiacciaio, se lasciandosi scivolare riesce ad uscirne in un altro modo. Non racconto il seguito anche se ovviamente si intuisce.

Come lui stesso dichiara nel film con riferimento a questo gesto, “avevo 25 anni…”, e forse questo ad alcuni potrà bastare per comprendere il coraggio di questa scelta di fronte ad una situazione apparentemente senza via di uscita. Forse aiuta a capire meglio certe cose, perché si sa, gli “adolescenti” secondo molti sono più “incoscienti”. Ma non spiega tutto. Perché quel coraggio, non quell’incoscienza, non appartiene solo agli adolescenti. Ma a tutti. Non è necessario solo nelle situazioni estreme. Ma in tutte.

Rispetto ai momenti in cui, disperato, si trova incastrato dentro al ghiacciaio Joe dice: “Non puoi non scegliere. Anche se sbagli…Fu dura quella decisione, aspettando speranzoso che le cose andassero meglio. L’evidenza diceva che non era possibile. Non volevo guardare in basso, ero terrorizzato all’idea che ci fosse solo il vuoto”.
Forse lo stesso vuoto, lo stesso terrore che ci assale ogni volta che ci sentiamo incastrati in un lavoro, in una casa, in una situazione personale o professionale che non ci soddisfa? Forse la stessa difficoltà di una decisione che tardiamo a prendere in attesa che qualcosa, chissà come, migliori, cambi, quando come dice Joe, “l’evidenza ti dice che non è possibile”? Ma il coraggio di scegliere, il coraggio di agire, di prendere una direzione e portarla avanti nonostante i “se e i ma”, credo nasca proprio da questa paura o meglio, ancora prima, dal riconoscere questa emozione, dall’accoglierla dentro di sé. Perché sappiamo bene che tutte le emozioni sono informazioni e servono a qualcosa, anche se a volte (soprattutto quelle spiacevoli) sembrano non servire a nulla. Sarà forse anche per questo che anni fa ho abbracciato il coaching ontologico-trasformazionale dove il concetto di respons-abilità ricopre un ruolo centrale.

Questo film mi fa venire in mente anche un libro di Richard Bandler, di cui non ricordo il titolo, letto diverso tempo fa, in cui scriveva: “capita ogni tanto che un istante vi catturi e vi mostri una verità inevitabile. Tutto ciò che abbiamo nella vita sono degli istanti. Ed in questi istanti tutti possiamo essere liberi. Basta fare una scelta. Tra la paura e la forza. Tra la resa e la determinazione”.

Coraggio, paura, indecisione, scelta, sono tutti collegati. Come sempre, credo che per prima cosa sia importante riconoscerle e trovare lo spazio, la capacità di “raccontare a se stessi” anche le proprie paure. Perché per me non è sempre facile, eppure è sempre possibile.

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