CORONAVIRUS: UN “CIGNO NERO” CHE RICHIEDE RESILIENZA?

Da qualche giorno, salvato sul mio desktop, c’è la bozza di un articolo dal titolo: “Agile e Teal: differenze e somiglianze”. 

Mi sono chiesta se e quanto fosse opportuno parlare “d’altro” nella situazione che stiamo vivendo. Da una parte pensavo fosse giusto ed utile farlo; dall’altra sbagliato poiché l’attenzione e preoccupazione di molti è giustamente rivolta altrove. Poi, come dico spesso nei corsi sul #Decision Making: “non esiste un pensiero libero da emozione” e “non solo le emozioni non ostacolano la cognizione ma aiutano a pensare e a decidere meglio” (A.Damasio). Per questo ho lasciato che queste ultime guidassero la mia scelta. 

Così ho salvato l’articolo in “bozze” ed ho iniziato a scrivere queste poche righe.

La diffusione del coronavirus sta mettendo a dura prova la salute e l’economica del nostro paese come anche la nostra capacità di resiliere. Sarà l’ennesimo “Cigno Nero”(N.Taleb)? A quanto pare lo stesso autore in una intervista a Repubblica ha dichiarato non esserlo poiché “prevedibile”. Chissà, forse per una volta è lui stesso vittima della cosiddetta distorsione retroattiva? Lascio ai più esperti sul tema l’eventuale discussione in merito.

Resta il fatto che la diffusione del coronavirus rappresenta di sicuro un evento dalle conseguenze massicce, complesse, una espressione perfetta del mondo V.U.C.A che stiamo vivendo ormai da tempo in cui i problemi da “complicati” sono diventati appunto “complessi”, se non “caotici”…

Solo il tempo ci dirà se come singoli individui e come paese – oltre che come mondo – siamo stati davvero resilienti nel senso di aver “imparato dall’esperienza vissuta” acquisendo conoscenze ma soprattutto competenze e prospettive nuove, più ampie, più efficaci non solo rispetto alla gestione del virus in sé ma a quella di circostanze simili. Quella stessa esperienza in termini di know-how che purtroppo proprio perché al momento è scarsa (non conoscevamo il coronavirus) impedisce una rapida risoluzione del problema.

Ma la riflessione che vorrei condividere riguarda le persone, l’individuo, più che le nazioni ed i continenti.

Per le strade di Roma (seguendo le indicazioni…) ho notato atteggiamenti personali assai diversi tra loro, attitudini che, in qualche modo, altro non sono che un riflesso delle diverse sfumature della resilienza umana.

C’è, infatti, chi ignora completamente il problema.

E non parlo di chi continua a lavorare per quel che può e deve (vedi ad esempio tutti gli impagabili operatori del settore sanitario e non solo), ma di chi incurante anche del senso di responsabilità nei confronti degli altri si aggrega nei luoghi pubblici per puro divertimento, per semplice necessità edonica ed estetica continuando con il solito stile di vita senza alcuna accortezza non solo per sé quanto anche per gli altri. Basti pensare al fatto che i più a rischio sono gli anziani e penso che molti di noi abbiano tra i propri cari delle persone in età avanzata, a rischio appunto.

Ricordiamoci che “resilienza” significa anche “respons-abilità” nel senso di abilità del risponderee laddove questa risposta parte dall’ignorare completamente il problema essa non può certo dirsi “responsabile”– scusate il gioco di parole.

Poi c’è chi, sopraffatto dal cervello emotivo, non esce mai di casa da giorni. 

La certezza di incontrare o di non essere un portatore sano non tutti possono escluderla in assoluto poiché è ormai dimostrato che esistono forme “asintomatiche” del virus. E’ anche vero che con un minimo di buon senso chiunque, almeno ragionevolmente, sa se nelle ultime settimane si è trovato in situazioni a rischio. 

Sto invece parlando di persone che in qualche modo sono oggetto della cosiddetta reazione istintiva di “#freeze”. Perché di fronte ad un “allarme” (reale o presunto che sia, visivo, uditivo, raccontato o anche solo immaginato) ciascuno di noi reagisce sempre secondo il classico modello istintivo di #freeze-fight-fly.

Ma allora cosa vuol dire essere resilienti in questo momento?

Me lo chiedo e lo chiedo io stessa anche a voi.

Come ho già accennato in passato la resilienza è quella competenza che si distingue dalla semplice resistenza. E’ una competenza in cui il soggetto non ignora il problema, la preoccupazione, la spiacevolezza o negatività dell’evento ma che affronta ed “usa” queste emozioni per affrontare al meglio la criticità anche laddove non tutte le variabili sono sotto il suo “controllo”. Ed il coronavirus per definizione, è proprio una di quelle situazioni che sfida profondamente il nostro cosiddetto “locus of control interno” . Poche infatti sono le “variabili” che oggettivamente possiamo controllare. Non possiamo “tenere sotto controllo” tutte le persone che abbiamo incontrato o che incontreremo più o meno volontariamente nei prossimi giorni. Non è umanamente possibile, a meno ovviamente di restare chiusi in caso per almeno un altro mese…o forse più. Ma questo non significa che siccome abbiamo poco su cui esercitare il nostro controllo, allora chi ce lo fa fare di “controllare” anche quei comportamenti, quelle variabili, che lo sono.

Questo ci porterebbe inevitabilmente a vivere nella dimensione di cosiddetta “impotenza appresa”, una condizione psicofisica ben nota alla letteratura scientifica in cui convinti di non poter agire in alcun modo sulla nostra vita (personale o professionale che sia) allora preferiamo non agire. E che l’impotenza appresa sia facilmente “contagiosa” dal singolo, al gruppo, all’istituzione, alla nazione, non vi è alcun dubbio…Ma fortunatamente non sembra questo il nostro caso. 

Cosa fare allora nel nostro piccolo per promuovere la nostra resilienza e stimolare quella altrui?

Innanzitutto riconoscere la criticità della situazione assumendo un atteggiamento respons-abile sia verso se stessi che verso gli altri. E se ci è vietato aggregarci e condividere due chiacchiere di fronte ad un buon bicchiere di vino – come prima o poi torneremo a fare – nulla ci vieta di dialogare sia con chi è rimasto chiuso in casa da giorni sotto scacco del proprio cervello emotivo, sia con chi continua a vivere la sua vita come se nulla fosse. Ripeto, resiliere non significa sminuire, ignorare la criticità più o meno estrema di una data condizione. Tutti i personaggi citati come exemplum per eccellenza della resilienza – N.Mandela o V.Frankl ad esempio – non hanno mai disconosciuto né a livello cognitivo tantomeno emotivo, l’asprezza della situazione in cui si trovavano (il carcere da una parte ed Auschwitz dall’altra). Anzi. Proprio dal riconoscimento delle emozioni evocate da quella circostanza, in loro all’epoca come in noi oggi, possiamo trarne la capacità di “farne buon uso” e migliorare così anche la gestione della situazione stessa.

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