I BENEFICI DELLA GRATITUDINE

Praticare la gratitudine fa davvero bene? Anche le neuroscienze dicono di si.

Partiamo innanzitutto dal distinguere la gratitudine intesa come un profondo ed autentico senso di esser grati, dal semplice dire “grazie” a qualcuno, parola spesso pronunciata in modo superficiale e formale in diversi contesti sociali. La gratitudine, inoltre, non va poi necessariamente intesa come rivolta ad una persona: si può essere grati per una parola o un aiuto ricevuto tanto quanto per il solo fatto di vedere sorgere il sole la mattina. Quindi, potenzialmente, si può essere grati per qualsiasi cosa. Ed è forse proprio questo a rendere tale costrutto così positivo per la nostra vita.

Quali sono allora i benefici di questo atteggiamento?

La scienza ha ormai ampiamente dimostrato che provare gratitudine determina innanzitutto una riduzione della pressione sanguigna, quindi ridotti livelli di stress, nonché rilascio di dopamina. Forse tutti abbiamo già sentito parlare di questa sostanza ma pochi forse sanno che alcuni neuroscienziati la definiscono anche come la molecola della “ricompensa”, o del piacere. Non solo. Focalizzarci sull’essere grati, stimola anche la corteccia cingolata anteriore a produrre la serotonina. E non a caso dopamina e serotonina sono le molecole principali coinvolte nella cura farmacologica della depressione. Ricordate il Prozac?

In una famosa ricerca condotta da R. Emmons presso la UC Davis, “A 21 day program for creating emotional prosperity”, trecento soggetti sono stati divisi in tre gruppi: tutti dovevano completare una sorta di diario giornaliero, per tre settimane. Il primo gruppo doveva indicare solo gli eventi di cui essere grati, il secondo solo eventi “negativi”, il terzo poteva scrivere qualsiasi cosa. Al termine dell’esperimento i soggetti del primo gruppo mostravano un livello di attivazione e di attenzione maggiore, dormivano meglio (il 10% in più degli altri con una qualità del risveglio nettamente migliore), facevano più esercizio fisico, si curavano di più del proprio benessere, erano più altruisti, meno isolati e godevano di una vita sociale qualitativamente superiore – elemento questo emerso in molte altre ricerche.

Quello che credo sia importante sottolineare è che non conta tanto quante cose di cui esser grati troviamo. Il punto è, innanzitutto, divenire consapevoli del proprio focus mentale, di dove poniamo l’attenzione, di quale sia, per usare un approccio più da coach, la prospettiva da cui sto guardando il mondo? Chiediamoci quindi: “dove sto concentrando la mia attenzione? cosa posso apprezzare ora?”. Anche perché, come dice il Dalai Lama: “quando si comincia a comprendere la molteplicità dei punti di vista, non c’è più il bisogno di aggrapparsi al proprio pensando che sia la verità’.

Ma si può essere grati per le difficoltà che incontriamo? Per certi versi si, anche se in alcune circostanze sfido chiunque a riuscirci al primo colpo. D’altra parte è proprio questo tipo di gratitudine, incondizionata, vasta, per “tutto ciò che si ha e si è” di cui alla lunga il nostro cervello, e quindi anche noi, beneficiamo.

E’ vero, capita a tutti di rimanere incastrati, almeno una volta ogni tanto, in questi circuiti viziosi di pensieri negativi. Possiamo fare qualcosa?

Sforziamoci, innanzitutto, di dare un nome a questi sentimenti. Perché quando proviamo un’emozione spiacevole, l’amigdala si attiva, ma nel momento in cui riusciamo a darle un nome la corteccia prefrontale ventromediale si “sveglia” e riduce l’attività dell’amigdala. Se poi a questa verbalizzazione riusciamo a far seguire anche un profondo senso di gratitudine, allora possiamo esser certi di aver messo in campo le strategie migliori per prenderci cura della nostra intenzione benessere.

Come dice R. Emmons, la gratitudine è un muscolo. E allora ogni momento è quello giusto per allenarla!

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