Per anni la comunicazione è stata pensata come un processo prevalnetemente cognitivo: parole, concetti, logica, argomentazioni. Le Neuroscienze hanno rimesso in discussione questa visione introducendo un’idea oggi centrale anche nel Public Speaking: l’Embodied Cognition.
La teoria dell’Embodied Cognition (G. Lakoff & M. Johnson), sostiene che la mente non esiste separata dal corpo ma prende forma attraverso il corpo e l’ambiente con cui interagisce. Pensare, comprendere, decidere sono processi profondamente legati al movimento, alle emozioni, alle relazioni, molti dei quali reclutano sistemi sensomotori e schemi d’azione. In altre parole: il cervello pensa con il corpo e non nonostante il corpo.
Nell’ambito della comunicazione, dire che la “mente è incarnata” significa quindi riconoscere che:
In pratica?
- il corpo influenza il pensiero (e viceversa, certo, ma questo lo sappiamo già…);
- l’ambiente media e modula la comprensione;
- le relazioni contribuiscono a plasmare i nostri processi mentali;
Non esiste un messaggio neutro rispetto al corpo che lo veicola e al contesto in cui viene espresso e ricevuto.
Un esempio semplice ma potente.
Prova a spiegare un concetto complesso restando immobile, con una postura chiusa e un tono monotono. Poi prova a raccontare lo stesso concetto camminando nello spazio, usando le mani per “dare forma” alle idee – sfruttando cioè i cosiddetti gesti illustratori, modulando il ritmo della voce. Il contenuto è identico. L’esperienza cognitiva per chi ascolta no. Perché quando parliamo in pubblico, chi ci ascolta non lo fa solo con le orecchie. Ascolta anche con il corpo. Non è un caso se parliamo di “immedesimazione” (o come direbbe qualcuno “trasporto narrativo”) al cinema o a teatro: il cervello non elabora semplicemente input, ma simula, anticipa, agisce.
Se racconti un’azione, si attivano aree motorie. Se evochi una sensazione, si attivano aree sensoriali. Se descrivi una tensione o un conflitto, il corpo di chi ascolta entra in uno stato di attivazione.
Questo ha una conseguenza pratica molto chiara quando parliamo di fronte ad un gruppo più o meno ristretto di persone: non basta spiegare, bisogna far vivere.
Studi neuroscientifici dimostrano che il cervello si attiva persino in modo diverso quando siamo soli rispetto a quando interagiamo con altre persone. Questo significa che il “pubblico” non è uno sfondo neutro ma una variabile attiva del processo comunicativo.
L’Embodied Cognition ci invita, quindi, a rivedere il modo in cui pensiamo alla comunicazione e al public speaking. Ogni presentazione è un evento relazionale che modifica, in tempo reale, l’esperienza sia di chi parla sia di chi ascolta. Non più un trasferimento di contenuti, bensì una costruzione di “senso incarnata”, relazionale appunto.
Forse, allora, la domanda giusta da porsi non è: “Cosa dirò?” bensì “Cosa voglio che accada nei corpi di chi mi ascolta?Cosa voglio che sentano?” (non solo cosa voglio che dicano, pensino o facciano, come spesso scrivo da tempo). Un respiro che rallenta. Un sorriso che affiora. Un silenzio che pesa.
Se la comunicazione è davvero “incarnata”, allora la chiusura di uno speech non può essere il momento in cui riassumiamo soltanto quello che abbiamo detto. È il momento in cui decidiamo che “traccia corporea ed emotiva” vogliamo lasciare.
La memoria non registra gli eventi come un verbale della polizia municipale…E come sappiamo bene, quello che accade negli ultimi istanti di qualsiasi tipo di esperienza, impatta notevolmente sul se e quanto la ricorderemo. Questo vale per un viaggio, un film, una relazione…
E vale anche per un discorso.
Cosa fare allora per chiudere in modo più efficace alla luce di questa teoria?
Invece di spiegare un concetto finale, fallo sentire. Può essere un’immagine concreta, una descrizione che attiva i sensi. Un esempio? Stai chiudendo un intervento su priorità e sovraccarico decisionale. Un classico in azienda (e non solo). Invece di riassumere in modo generico, chiudi così: “Tra qualche ora aprirete l’agenda e sarete di nuovo di fronte ad una lista infinita di cose da fare. Noterete quella micro-tensione alle spalle. Fermatevi lì. Quella sensazione è il segnale che qualcosa va scelto, non aggiunto”. Non stai chiedendo di ricordare un contenuto ma di riconoscere una sensazione futura. Perché, come ci insegna Nancy Duarte, le presentazioni più memorabili non finiscono con una spiegazione, ma con una trasformazione percepita: qualcosa è cambiato, qualcosa è diverso rispetto a prima.
Non controlliamo ciò che il pubblico penserà ma possiamo influenzare ciò che sentirà.
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